| ROLLING STONES: THE MAKING OF EXILE ON MAIN ST. |
|
| Approfondimento - ROCK |
| Giovedì 17 Giugno 2010 05:13 |
|
FONTE: CORRIERE DEL TICINO DEL 16 GIUGNO 2010 SERVIZIO A CURA DI MARCO SESTITO I Rolling Stones erano reduci dalla pubblicazione di Sticky Fingers, il disco con il quale, nel 1971, inaugurarono la loro nuova etichetta, la Rolling Stones Records. Un disco irriverente, oltraggioso, ancora più anticonformista di quanto avevano prodotto negli anni precedenti. Un disco saturo di riferimenti diretti e indiretti alle sostanze maledette (Brown Sugar, Wild Horses). Forse per la prima volta si parlava di droga senza l’utilizzo di troppe metafore, senza l’ausilio di mezzi termini (Sister Morphine). Sticky Fingers fu l’album che li marchiò definitivamente come delle dannate rock’n’roll star prive di etica e di buon senso. Il patto col diavolo (Sympathy For The Devil) non bastò, si spinsero sempre più oltre perché il rock’n’roll non può e non deve affibbiarsi limiti. Limiti che però si aggrappavano soltanto con le unghie ad un sottile filo che stava nel mezzo, nel mezzo tra la vita e la morte. I Rolling Stones sono inevitabilmente i sopravvissuti del rock’n’roll, scampati ai loro successi e, solo in parte, superstiti dei loro eccessi traboccanti di lussuria e di paillettes. Ma nonostante le oscure vicende che li colpirono (come la morte per annegamento di Brian Jones avvenuta nella notte tra il 2 e il 3 luglio del 1969 e, a distanza di pochi mesi, la tragedia del concerto di Altamont che costò la vita ad un giovane spettatore), gli Stones realizzarono le loro migliori opere. A seguire Sticky Fingers, il 22 maggio 1972, sempre con la produzione di Jimmy Miller, fu pubblicato Exile On Main St.: diciotto tracce che sciorinano quasi un decennio di esperienze accumulate e di influenze immagazzinate. Rock’n’roll, blues seminale, boogie-woogie, country, gospel e le prime risonanze reggae le quali, però, saranno analizzate più a fondo soltanto all’interno di Black And Blue nel 1976. “Malgrado sia convito che Exile On Main St. abbia un appeal particolare, non è uno dei miei dischi preferiti”, dichiara Mick Jagger in un’intervista del 2002. Exile On Main St. si mostra, paradossalmente, disincantato, ruvido e privo di inutili orpelli, ma nel contempo di alto livello esecutivo e compositivo; fu percepito dal pubblico e dalla critica con discreto entusiasmo (ma rivalutato qualche anno più tardi) e, nel medesimo tempo, pari ad un’autocelebrazione di loro stessi, quasi quanto un capitolo finale che riassume e termina un’autobiografia. Il titolo, inevitabilmente, allude al loro esilio in territorio francese dovuto ai problemi col fisco britannico a carico di Mick Jagger e di Keith Richards. Un esilio che però li volle per un lungo periodo sulla Côte d’Azur, ossia accampati a Villa Nellcote, nei pressi di Villefranche sur-Mer. Una nobile locanda che non poteva non consentire alla band di concepire e registrare (nello scantinato) buona parte di uno degli indiscussi capisaldi dell’intera storia del rock: Rocks Off, Tumbling Dice, Happy, All Down The Line, ne prendono parte. “Il disco, in realtà, non fu registrato a livello integrale all’interno di Villa Nellcote – continua Jagger - poiché contiene anche degli scarti (Shine A Light e Sweet Virginia) dell’album precedente (Sticky Fingers, n.d.r.) registrati agli Olympic Studios di Londra.” Exile On Main St. (che all’origine doveva intitolarsi Tropical Desease) è stato ripubblicato attraverso svariate edizioni il 17 maggio scorso contemporaneamente alla presentazione al Festival di Cannes del documentario Stones In Exile di Stephen Kijak, per il quale è prevista la pubblicazione in DVD (Eagle Pictures) venerdì 18 giugno. In questo caso, però, pressappoco per la prima volta, gli Stones hanno arricchito una loro ristampa aggiungendo dieci tracce inedite (coprodotte da Don Was) ripescate soltanto di recente all’interno delle tonnellate di nastri in loro possesso. “Quando terminammo le session a Villa Nellcote, volevamo pubblicare tutto il materiale che registrammo – ricorda Keith Richards nel 2002 -. In un primo momento non vendette un granché, fu stroncato quasi da tutti. Ma solo qualche anno dopo, gli stessi critici che nel 1972 lo definirono spazzatura, lo celebrarono addirittura come uno dei migliori dischi di tutti i tempi.” La morte di Brian Jones, indubbiamente, scardinò una band che si trovava in piena ascesa, rendendola orfana di un mentore enigmatico e ambiguo, antagonista dello stesso Jagger che insieme a Richards lo arruolò nelle fila degli Stones nel momento in cui si stavano ancora delineando i ruoli. “Credo fosse il 1962 quando io e Mick andammo a Ealing, al nuovo club di Alexis Korner – ricorda Keith Richards in un intervista del 1971 –. Brian era lì, tutto piegato sulla sua chitarra. Suonò Dust My Blues, sembrava Elmore James… La vicenda della sua morte è ancora poco chiara – continua –. Quella sera organizzò un party, c’era un sacco di gente. Ma quando arrivò la polizia trovarono soltanto il suo autista. Gli invitati dissero che non si accorsero di nulla. Non è strano?” Eppure Brian Jones, in quel periodo, aveva già deciso di ritagliarsi del tempo per lavorare ad un progetto individuale, gli Stones non ne avrebbero preso parte. La sostituzione di Jones, quindi, a prescindere dalla sua morte, era già in programma. Il 9 giugno 1969, Jones dichiarò alla stampa che avrebbe abbandonato la band, e solo quattro giorni più tardi gli Stones introdussero ai giornalisti Mick Taylor. “Sapevamo che John Mayall aveva una scuderia di chitarristi prodigio – continua Keith Richards – e così ci mise in contatto con Mick Taylor. Ci interessavamo reciprocamente, nonostante lui sia sempre stato un purista del blues, non come me, un adepto di Chuck Berry…” Mick Taylor, soltanto ventenne, si trovò nel mezzo di un uragano, a prendere parte alle registrazioni di Let It Bleed (Decca, 1969) che Brian Jones aveva lasciato inesorabilmente incompiute. Divenne però un Rolling Stone a tutti gli effetti soltanto nel momento in cui la band lo presentò al pubblico durante il concerto-tributo al chitarrista scomparso tenutosi all’interno di Hyde Park (Londra) il 5 luglio 1969. Taylor suonò con gli Stones per cinque anni, fino al 1974, periodo in cui venne sostituito da Ronnie Wood. Ma nel 1972, a Villefranche sur-Mer, durante il concepimento e le registrazioni di Exile On Main St., Taylor era ancora l’altra chitarra degli Stones…
Mick Taylor - Intervista telefonica del 10 giugno 2010 · Qualche tempo fa hai sostenuto che Exile On Main St. è l’album degli Stones al quale hai lavorato più da vicino… Puoi spiegarti meglio? Quel periodo fu davvero intenso. Lo scantinato della villa affittata da Keith era il nostro studio. Nonostante ognuno di noi avesse il proprio alloggio in Costa Azzura, spesso ci si stabiliva per giorni e giorni a Villa Nellcote al fine di non interrompere le registrazioni. Indubbiamente fu questa sorta di comune a dominare il disco. Le session erano inevitabilmente molto spontanee, Exile On Main St. lo potrei quasi definire un live album registrato in studio… uno studio, inoltre, estremamente primitivo. La vera tecnologia ovviamente non esisteva ancora. Ma forse è proprio questo il fattore per il quale, ancora oggi, viene celebrato da critica e pubblico. Impiegammo molto tempo prima di terminarlo, il missaggio finale si svolse al Sunset Sound di Hollywood… sulla Main Street. · Al suo interno c’è Ventilator Blues, un brano per il quale hai partecipato anche alla parte compositiva. E, inoltre, è anche una delle poche canzoni degli Stones che non riporta soltanto la firma Jagger/Richards… Ricordi il concepimento di questa traccia? Applicammo semplicemente una linea melodica al testo scritto da Mick. Ho sempre nutrito una forte ammirazione nei confronti dello stile di scrittura di Jagger: i versi di You Can’t Always Get What You Want e di Jumpin’ Jack Flash sono forse quelli più incisivi… · In quale modo erano organizzate le giornate a Villefranche sur-Mer? Non avevamo un programma preciso, era impensabile crearne uno. Ricordo che Mick era colui che tentava spesso di stabilire orari, ma le session prendevano vita in qualsiasi momento del giorno e della notte. · È vero che Happy venne incisa soltanto da Keith Richards, Jimmy Miller e Bobby Keys perché il resto della band era in ritardo? È possibile, certo. Quello che ricordo è che Keith si svegliò nel cuore della notte e scese nello scantinato a registrare… · Quindi, originariamente, il brano era stato scritto per la voce di Jagger? Durante le session di Exile On Main St. non avevamo ruoli ben definiti come all’interno degli altri dischi. In alcuni brani, per esempio, capitò che io o Keith fossimo al basso in sostituzione di Bill Wyman. È possibile, quindi, che Happy fosse destinata alla voce di Jagger, ma non ne sono così sicuro… Forse Keith ne registrò semplicemente una propria versione… È difficile dirlo… · Exile On Main St. è il disco degli Stones al quale sei più legato? Opterei per Sticky Fingers, nonostante Exile On Main St. sia un ottimo disco. · All’interno della riedizione sono state aggiunte dieci tracce inedite. Sembra che Mick Jagger ti abbia contattato al fine di suonare nuove parti di chitarra per questi brani. È vero? Sì, certo. Era un po’ di tempo che non incontravo Mick. Ho aggiunto nuove parti di chitarra all’interno di Plundered My Soul mentre lui incideva la traccia vocale. È stato molto divertente… un ricordo dei vecchi tempi… · A diciassette anni eri nelle fila dei Bluesbreakers di John Mayall, a venti suonavi con gli Stones. Sebbene il blues fosse alla base di entrambe le formazioni, hai dovuto riadattare qualche aspetto della tua tecnica chitarristica quando sei stato ingaggiato da Mick Jagger e da Keith Richards? Nonostante gli Stones fossero una rock’n’roll band, non dovetti riassestare granché. In fondo il blues sta alla base del rock’n’roll. Modificai semplicemente il mio stile di vita, rispetto ai Bluesbreakers gli Stones avevano esigenze e tempi completamente differenti. · Prima di incontrare Keith Richards avevi già suonato con le accordature aperte? Sperimentai a fondo questa tecnica soltanto durante il lavoro in studio con Keith. Spesso gli Stones modificavano la struttura dei brani proprio per utilizzare al meglio gli open tunings. In questi termini, con John Mayall, registrai davvero pochissime session. · Quali erano i tuoi punti di riferimento all’inizio della tua carriera? Inevitabilmente il blues elettrico, ricordo perfettamente quando scoprii Otis Rush, B.B. King, Freddie King e Buddy Guy. In quel periodo il blues era considerato ancora un movimento underground, un genere di nicchia. · In quale modo sei entrato in contatto con John Mayall? Una sera tenne un concerto a pochi chilometri da casa mia, credo fosse il 1966. Eric Clapton era nella formazione e devo ammettere che non riuscivo a togliere lo sguardo dalla sua chitarra. Durante l’intervallo mi presentai a John e dopo qualche tempo, quando Peter Green abbandonò la band per fondare i Fleetwood Mac, mi chiamò a casa dei miei genitori… · Come ricordi, invece, il tuo rapporto con Jimi Hendrix? Lo conoscevo bene. Davvero. Era un caro amico. Suonai molte volte con lui, anche in Svizzera, se non ricordo male a Zurigo nel 1967… forse 1968… · E la tua esperienza con Bob Dylan? Scoprii Bob Dylan attraverso Freewheelin’ nel 1963. Avevo quattordici anni. Inevitabilmente anche Bob fu uno dei musicisti che contribuirono alla mia formazione… Ebbi l’opportunità di lavorare con lui negli anni Ottanta all’interno di Infidels, di Real Live e di Empire Burlesque. Durante quell’esperienza percepii ancora meglio le sue doti di compositore ma anche le sue notevoli capacità alla chitarra acustica e al pianoforte. · All’interno delle tue innumerevoli collaborazioni figurano anche i Chesterfield Kings. Una band che nutre una particolare devozione nei confronti degli Stones… Se non sbaglio era il 1994. Ricordo che ero in tour negli Stati Uniti e la band mi chiese di partecipare alle recording session di Let’s Go Get Stoned. Registrammo I’m Not Talking di Mose Allison… · Ti senti un bluesman oppure una rockstar? Direi solo un chitarrista… |


