| DARREN HAYMAN |
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| Approfondimento - URBAN FOLK |
| Giovedì 30 Marzo 2006 13:13 |
SERVIZIO A CURA DI MARCO SESTITOIl ventesimo secolo musicale londinese fu, indubbiamente, uno dei più prolifici e intensi: già alla fine dei Fifties, Alexis Korner contrabbandò i suoni del Chicago blues sgretolando i confini per permettere a quella malinconia afro-americana di oltrepassare l’Oceano. Gli Stones, subito dopo, continuarono. Negli anni a seguire, ogni tendenza, ogni contaminazione, ogni (contro)cultura soggiornava nella capitale britannica e, grazie a quegli influssi, la creatività si arricchiva di nuovi stimoli, di nuove pulsioni. Poco dopo la metà degli anni Novanta, si materializzò il primo dei molteplici progetti sonori di Darren Hayman: la band Hefner. Mente e anima del combo, Hayman (voce, chitarra, tastiere), nel maggio 1997, arruolò Antony Harding (batteria, voce) e John Morrison (basso) nel momento in cui una delle più importanti etichette discografiche indipendenti inglesi, la Too Pure, decise di pubblicare quei brani che riportavano versi spesso ironici, a volte gioiosi e dolci ma capaci, all’occasione, di mutarsi in novelle meno felici e amare, cantate all’interno di un contesto urban-folk essenziale, inevitabilmente di matrice lo-fi...Intervista del 26 marzo 2006 - Covo Club, Bologna· Proprio all’origine, nel 1996, gli Hefner erano solamente Darren Hayman. Nonostante la partecipazione di Antony Harding e di John Morrison alle primissime pubblicazioni, soltanto nel momento in cui la Too Pure vi offrì il contratto (1. maggio 1997) l'intero progetto divenne un trio... Non è così? All’epoca ci furono diversi ragazzi che si occuparono della sezione ritmica. Qualcuno arrivava e qualcuno decideva di andarsene. Nello stesso periodo, comunque, tenni diversi concerti in veste solista presentandomi già come Hefner e non come Darren Hayman. Quando decisi di pubblicare un singolo tramite la Boogle Wonderland (Better Friend / Christian Girls) chiesi ad Antony e a John di partecipare alle registrazioni. Si trattava di una semplice collaborazione tra musicisti, il trio non esisteva ancora. Il responsabile della Too Pure era interessato al materiale e mi chiese se fossimo effettivamente una formazione... In pratica il contratto sarebbe stato valido soltanto per una band e non per un singolo musicista… · Cambiò qualcosa dopo la firma del contratto? Direi di sì, avevo qualche soldo in più… Per quanto riguarda la musica, invece, credo che il nostro sound migliorò notevolmente poiché potemmo permetterci un eccellente tecnico del suono ed uno studio di registrazione di qualità superiore. Per il resto non ci furono grandi trasformazioni. · Quali erano, in quel periodo, le tue influenze musicali? Ascoltavo una grande quantità di musica americana, soprattutto formazioni lo-fi come Sebadoh, Mountain Goats, New Bad Things, oppure anche il cantautore Simon Joyner. · Breaking God’s Heart (Too Pure, 1998), il vostro primo album, venne registrato a Glasgow, in Scozia… Registrammo a Glasgow perché volevamo che il suono fosse curato da Tony Doogan, lui aveva lavorato all’interno di diversi dischi che ci colpirono in maniera particolare. Parte del pubblico, in quel periodo, credeva fossimo scozzesi proprio perché registrammo il nostro debut-album in quella città. Breaking God’s Heart venne inciso molto velocemente: quasi tutte le canzoni, eccetto un paio a seguito della tonalità, vennero pubblicate nella prima versione che suonammo. Ora credo che questo procedimento non sia più così adeguato, ma in quel periodo volevo essere ancora più genuino nonostante si producessero, e credo capiti tuttora, dei dischi d’esordio dai costi elevatissimi. · C’è una canzone al suo interno che cattura maggiormente l’attenzione rispetto alle altre: The Sad Witch. Chi o cosa t’ispirò quel testo? È una canzone molto spontanea, molto immediata. Non ci fu una motivazione ben precisa. È un brano che mi piace molto e amo suonarlo ancora durante i miei concerti. · Tu ora affermi che ogni tua nuova composizione sarà sempre migliore della precedente. Oggi cosa cambieresti di Breaking God’s Heart? È un’affermazione che ha un senso puramente provocatorio, però, all’interno di Breaking God’s Heart cambierei proprio tutto. Non mi piace il modo nel quale canto, non amo i testi perché credo di avere utilizzato svariati termini con l'intento di turbare e sorprendere l’ascoltatore. Trovo che le mie prime canzoni, poi pubblicate nel nostro secondo album, Fidelity Wars, siano molto più bilanciate. Le uniche composizioni contenute in Breaking God’s Heart che sento davvero ancora vicine sono The Librarian e The Sad Witch; le altre, oggi, non le suono più così volentieri. · I brani di Fidelity Wars (Too Pure, 1999) vennero scritti prima della nascita di Breaking God’s Heart. Perché non avete utilizzato quel materiale per pubblicare il vostro debut-album? Breaking God’s Heart è semplicemente una raccolta di canzoni, invece, nel momento in cui dovevamo pubblicare il nostro secondo disco, decidemmo di creare una storia: ci accorgemmo che ascoltando le mie prime canzoni attraverso una determinata sequenza, già si otteneva una buona cronologia. · Boxing Hefner (Too Pure, 2000) è una raccolta di rarità, ma aveva anche un altro scopo: in quel momento entrò ufficialmente nella band Jack Hayter (chitarra, pedal steel, voce)… Lo vidi suonare con la sua band precedente, gli Spongefinger. Notai che era una formazione che rideva molto durante i propri concerti, un po’ come facevamo noi, e in Inghilterra credo che ci siano pochissimi gruppi con questo tipo d’atteggiamento sul palco. Inoltre, John, Antony ed io avevamo uno stile interpretativo molto simile, mentre quello di Jack, invece, era completamente differente… · Il disco nato esplicitamente come concept-album fu We Love The City (Too Pure, 2000) e, inoltre, fu il primo lavoro a contenere brani scritti dopo l’accordo discografico con la Too Pure… Dissi questo, è vero. Però già all’interno di Fidelity Wars ci sono un paio di canzoni scritte appositamente per quell’album, proprio per fornirgli quel senso di storia, di continuità… Comunque, per We Love The City, effettivamente, dopo l’accordo con la Too Pure, fu la prima volta che concepimmo un intero nuovo lavoro discografico. · Con l’inizio del nuovo millennio gli Hefner seguirono un altro percorso musicale, prima con l’ultimo studio-album Dead Media e dopo con l’EP The Hefner Brain: due esperienze electronic lo-fi. Perché i vostri arrangiamenti presero quella direzione? Fu semplicemente una prova. Volevamo metterci in gioco e vedere se saremmo stati in grado di produrre quel tipo di materiale. · Tu non lo hai mai dichiarato, ma sembra che gli Hefner si siano sciolti… Questo non l’ho mai detto, è vero, però, nello stesso tempo, non ho nemmeno mai sostenuto il contrario. Potrei dirti che ci siamo presi una pausa di dieci o vent’anni... · Perché attraverso i progetti The French e The Stereo Morphonium ti sei indirizzato completamente all’elettronica? Amo molto quelle sonorità. Nonostante le vendite dell’ultimo album degli Hefner non andarono molto bene, volevo ancora sperimentare quel sound. E questo può sembrare anche stupido perché il pubblico, dopo la pubblicazione di Dead Media, mi chiedeva spesso di ritornare ai suoni più tradizionali. · Ho saputo che hai un progetto bluegrass: Hayman, Watkins, Trout & Lee. Perché un cambiamento così radicale rispetto ai recenti progetti elettronici? Dopo l’esperienza di The French ebbi notevoli problemi con la Too Pure, una vera e propria battaglia legale. A seguito di questo, in quel momento non potevo assolutamente pubblicare dischi, ma volevo, però, trovare un modo di fare musica per divertirmi senza essere troppo sotto tensione... · Hai appena pubblicato Table For One (Track & Field, 2006), il tuo primo disco in veste solista… Iniziai a scrivere questo album nello stesso periodo nel quale nacque la bluegrass band... · È un album che raccoglie influenze percepite da molteplici generi: urban-folk, country, reggae, elettronica… Devo dire che dopo la realizzazione di Dead Media degli Hefner e del materiale di The French, il pubblico fu estremamente paziente nei miei confronti... · Dedichi una canzone a Doug Yule, Doug Yule’s Velvet Underground... Lui suonò all’interno di Loaded (Atlantic/Warner, 1970), l’ultimo album dei Velvet Underground. Mi interessano spesso le ultime opere delle band e, soprattutto, come in questo caso, quando le formazioni subiscono dei notevoli mutamenti. · Perché non l’hai messa in scaletta ieri sera qui a Bologna? Piace a molta gente, e molta gente ne parla spesso. Non sono così sicuro che la suonerò dal vivo, credo sia troppo lunga… · È appena stata pubblicata anche la prima raccolta degli Hefner, The Best Of Hefner (Fortune & Glory, 2006)... Il pubblico aspettava una raccolta da tempo... Ora gli album degli Hefner sono quasi irreperibili... · Non hai ancora pensato alle ristampe? Credo se ne parlerà soltanto a partire dal 2007... · Quale differenza c’è ora nella scena indipendente britannica rispetto alla metà degli anni Novanta? Negli anni Novanta esistevano formazioni di media popolarità, oggi, invece, raggiungono i due estremi. · Quale ricordo hai di John Peel? Era una persona molto timida. Quando incontrava una band, non voleva quasi mai parlare di musica, preferiva parlare della sua famiglia o di calcio. · Quali sono, secondo te, le giovani formazioni più interessanti con base nel Regno Unito? Ascolto i Boards Of Canada, ho appena comprato il loro ultimo disco… · Ricordo che studiavi arte… Ora sono un insegnante… |



