| EDO BERTOGLIO |
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| Approfondimento |
| Sabato 31 Marzo 2007 13:13 |
SERVIZIO A CURA DI MARCO SESTITOEdo Bertoglio, fotografo e film-maker luganese, sul finire degli anni Settanta era a New York, nel mezzo della Downtown...Intervista del 28 marzo 2007 - Studio, Lugano· Edo, prima di New York nel 1976, altre due importantissime esperienze: Parigi e Londra… Oltre ai miei studi di cinema, Parigi mi offrì davvero la possibilità di affrontare molteplici, straordinarie esperienze: frequentavo una compagnia che usciva dal maggio sessantotto, degli intellettuali che in quel periodo cambiarono completamente pelle, utilizzavano vestiti piuttosto retrò, direi un abbigliamento anni Cinquanta. I ruoli si erano già capovolti: i ragazzi vestivano da ragazze e viceversa, erano Les Gasolines. Ma furono le foto scattate a Londra a decidere il mio destino. Il book che ne avevo ricavato finì tra le mani di Andy Warhol che, dopo qualche tempo, mi assunse nella redazione di Interview. Indubbiamente, fu questa la mia chiave d'ingresso nella scena musicale newyorkese di fine anni Settanta: Glen O'Brian scriveva le recensioni, mentre io mi occupavo dei servizi fotografici. Quegli scatti (Blondie, Lounge Lizards...) viaggiarono, di seguito, a livello internazionale. Nonostante abbia dei bellissimi ricordi anche di Parigi e di Londra, soltanto a New York credo di avere percepito davvero quelle sensazioni di libertà e di grandi opportunità… · Prima della tua esperienza con Andy Warhol, quale rapporto avevi con la musica? Sono un figlio degli anni Sessanta; possiedo ancora tutti i miei vecchi vinili: Jimi Hendrix, Stones, Beatles. Ricordo che da teenager tornavo a casa di corsa per ascoltare alla radio Salut Les Copains; in quel periodo quella trasmissione passava spessissimo The Last Time degli Stones… Devo ammettere che fu la musica a darmi la spinta per scappare e camminare su strade qui impercorribili a priori. · Quando arrivasti a New York, quale fu la tua primissima sensazione? Trovai linee e segni di decadenza ovunque. In precedenza, mi ero creato un'immagine di New York piuttosto stereotipata, assimilabile, per certi aspetti, a quella di una tipica città moderna; invece quando arrivai al Kennedy Airport e presi un autobus, incominciai a vedere strade dissestate, ponti arrugginiti... Non era una città abbandonata, ma semplicemente una città dimenticata dalla middle-class. In compenso, l'abbandono dei propri spazi da parte delle industrie rappresentò un evento indubbiamente positivo: quelle aree ben presto si trasformarono negli atelier di quella fioritura artistica che ebbe il suo culmine intorno al 1980. Da quel momento New York si risvegliò... · Nonostante tu l'abbia già raccontata più volte a livello cinematografico, c'è qualche aspetto della Downtown di quel periodo che non hai documentato? Credo ci sia ancora molto da dire. Forse nel secondo film, Face Addict (Usa, 2005), avrei dovuto aggiungere un discorso musicale più ampio, anche se Downtown 81 (Usa, 1981) già ospita una panoramica piuttosto esaustiva… · Oggi in quale modo è cambiata? Devo dire che ha perso il suo angolo grezzo, quello più genuino. È un enorme shopping center; è satura di boutiques, di vetrine luminose. Ora credo sia davvero impossibile ricreare comunità artistiche in qualche modo paragonabili a quelle di allora. Quando i giovani artisti sbarcano a New York per cercare fortuna, devono risiedere necessariamente nei quartieri assolutamente meno cari: dal punto di vista economico, non è più così accessibile. Dal 1979 al 1981 la creatività si sviluppava quotidianamente. Più tardi, però, arrivarono i problemi legati alla droga, all'AIDS, e quello straordinario movimento incominciò ad appassire. · Quale ricordo hai di Andy Warhol? Credo che divulgò il concetto di comunità. A questo proposito, ritengo che abbia impartito la propria lezione già negli anni Sessanta, quando creò la Silver Factory, la sua prima comune, nella quale confluivano tutti i tipi di artisti: fotografi, cineasti, musicisti... · E tu, invece, quale aspetto delle sue capacità credi di avere assimilato? Indubbiamente la facilità che aveva di trarre ispirazione anche dalle cose più banali. · E Basquiat? Davvero un grande amico. Quando lo conobbi era un ragazzo molto introverso, timido, davvero di poche parole: non terminava mai le frasi, parlava a monosillabi. Diventò il protagonista di Downtown 81 quasi per caso poiché inizialmente avevo scelto un'altra persona. Ma si rivelò subito il più adatto. Era anche molto ambizioso, voleva davvero diventare qualcuno. Nel suo caso, la droga non influì negativamente sulla sua produzione artistica come, purtroppo, accadde a me e ad una lunga serie di altri artisti: quando ci si alzava al mattino, lo scopo della giornata era quello di trovare la droga, non era quello di fotografare, di dipingere o di suonare... · Quale rapporto avevi con i musicisti che hai fotografato? Glen O'Brian prendeva i contatti, poi ci si trovava nei club. Avevamo ottimi rapporti con tutti, quindi per Glen era molto facile scrivere di loro quanto per me fotografarli. Non c'era assolutamente distinzione tra lavoro e tempo libero, si viveva al seguito della propria espressione artistica: ricordo che feci degli scatti a John Lurie alle cinque del mattino. Eravamo di ritorno da una notte al club... · Sei ancora in contatto con qualcuno? Debbie Harry partecipò a Face Addict... Debbie fu davvero un'amica, restai in contatto con lei anche durante gli anni Ottanta, era un periodo assai difficile per entrambi, avevamo lo stesso pusher, ci s'incontrava da lui... Quando la contattai per girare Face Addict, purtroppo dovetti passare attraverso il suo agente. La volevo per due giorni, invece lei si mise a disposizione per mezza giornata. La trovai cambiata, molto diversa, i nostri discorsi non oltrepassavano mai i classici schemi predefiniti. · E John Lurie? Era davvero una figura cardine di quella comunità. Quando suonavano i Lounge Lizards, era sempre un evento... Un grande amico, davvero, nonostante abbia un carattere molto difficile. Fu un enorme piacere averlo per Face Addict... Ci sentiamo spessissimo... · Quali altri musicisti hai conosciuto? Inevitabilmente tutta la new-wave newyorkese, i Kiss, Madonna, Grace Jones... Devo dire che lavorando anche per le etichette discografiche, prima di rovinarmi la vita con la droga, ho avuto davvero un periodo d'oro. · E Patti Smith? No, non la conobbi, come, del resto, non conobbi nemmeno Lou Reed: loro appartengono alla generazione precedente, erano già delle rock'n'roll star... · Credi che tanti di loro siano dei sopravissuti? Certo. · Per quale motivo, secondo te, spopolava quella mentalità dedita all'autodistruzione? Purtroppo si credeva che le droghe, la cocaina prima e l'eroina dopo, esaltassero la creatività, che aumentassero il senso della comune. Invece tutti quanti vennero traditi...
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