| STUART A. STAPLES |
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| Approfondimento - FOLK/CHAMBER POP |
| Giovedì 30 Novembre 2006 13:13 |
SERVIZIO A CURA DI MARCO SESTITOPoco prima che il brit-pop s’impadronisse della scena musicale britannica, sullo scoccare dello scorso decennio, a Nottingham, si materializzò un combo che fu in grado di mescolare la struttura-canzone ad autentiche mini-opere pseudocameristiche: Ennio Morricone, negli arrangiamenti, ne rappresentò indubbiamente il padre putativo. Nel medesimo tempo, i Signori della Motown, insieme allo scuro romanticismo di Nick Cave e di Leonard Cohen, non si nascondevano dietro a nulla, anzi, erano anch’essi sempre lì, a sgomitare dentro l’anima di ogni composizione. Il sestetto si faceva chiamare Tindersticks, Suart A. Staples ne era la voce malinconica, profonda, completamente smussata dei suoi spigoli, emanatrice di un calore sempre più ardente quanto un Jack Daniel’s ingoiato tutto d'un fiato. Da qualche tempo, però, i sei musicisti non producono nulla di nuovo. L’ultima loro opera, Waiting For The Moon (Beggars Banquet), risale, oramai, al 2003. Poco più tardi, la nascita della Lucky Dog, l’etichetta discografica dello stesso Staples, incominciava ad insinuare forti dubbi relativi ad un imminente scioglimento. Alcune sporadiche apparizioni live della band smorzarono lievemente quelle supposizioni, ma Lucky Dog Recordings 03-04 (Lucky Dog/Beggars Banquet, 11 luglio 2005) e Leaving Songs (Beggars Banquet, 29 maggio 2006), i due dischi del cantante in veste solista, contribuirono al diffondersi di nuove perplessità sulla sorte del gruppo. Il primo è una raccolta di composizioni quasi improvvisate, impresse su nastro in poche recording-session con l’utilizzo di un esiguo armamentario strumentale, aggrappate ad arrangiamenti minimali e assai lontani dalla raffinatezza del gruppo-madre: poligoni irregolari difficilmente incastonabili, torniti, però, da semplici giri armonici che provocano un mood straripante, saturo di r&b sperimentale e vicini a realtà lo-fi. Forse, Lucky Dog Recordings 03-04, era una scommessa. Una scommessa giocata e vinta con se stesso, in cui Staples cammina dall’altro lato della strada, quello da lui ancora inesplorato, spogliandosi degli eleganti vestiti orchestrali, indossando solo quanto basta. Per Leaving Songs, si sposta a Nashville, registrando le dieci composizioni nello studio di Mark Nevers (Lambchomp). Neil Fraser (chitarra) e David Boulter (tastiere), due sesti dei Tindersticks, sono sempre con lui come già lo erano nel suo solo-debut-album, come del resto anche Thomas Belhom (batteria) e Terry Edwards (fiati). Il contributo al pianoforte di Yann Tiersen (autore delle colonne sonore di Goodbye Lenin e de Il Favoloso Mondo di Amélie), invece, compare soltanto nel suo primo progetto. Se i vocalizzi di Gina Foster giocano questa volta un ruolo secondario, la presenza femminile assume dimensione protagonistica con Maria McKee e Lhasa de Sela, che duettano con Staples in due brani distinti (rispettivamente This Road is Long e That Leaving Feeling). Al basso, Volker Zander (Calexico) si alterna ad Adrian Stout che, con Adrian Huge (entrambi dei Tiger Lillies), già si era occupato di una parte della sezione ritmica del disco precedente, mentre l’apporto di Lucy Wilkins (archi) determina un calibrato ritorno alle sonorità orchestrali. È un disco intriso di folk, forse grazie anche al contributo di Nevers. Tuttavia, i riverberi dei Tindersticks, questa volta non si ammutoliscono, nonostante l’impiego degli archi assuma un carattere marginale; non si scagliano prepotenti all’impazzata, ma, al contrario, mostrano un’elevata dose di timidezza. Una volta erano gli antagonisti di Staples, ora sono lì in un angolo, forse ad esorcizzarne la durevole associazione con il cantante. L’assenza degli archi il 26 novembre ai Magazzini Generali di Milano non impedisce alle Leaving Songs di prendere forma in tutta la loro intimità, struggenti e crepuscolari, mescolate ad una selezione delle Lucky Dog Recordings. Staples, Fraser, Boulter, Belhom, Edwards, e per il tour Robert McKinna al basso, suonano novanta minuti per poche dozzine di adepti.Intervista del 26 novembre 2006 - Magazzini Generali, Milano“Almeno per pochi istanti, desidererei che il pubblico si dimenticasse dei Tindersticks, nonostante metà di quella formazione salirà sul palco”, sottolinea seduto al bancone del bar seminterrato dei Magazzini Generali un paio d’ore prima del concerto. Il locale, intorno alle diciannove, è ancora chiuso al pubblico, illuminato solo da una manciata di luci tenui e incolori. Staples, con sguardo malinconico e ampia disponibilità, si racconta, confermando, inoltre, quelle voci a carico della sua band, per ora comunque ancora ufficiose: “il 2007 sarà l’anno in cui ogni componente dei Tindersticks prenderà definitivamente la sua strada.” · Recentemente, però, avete suonato ancora insieme… A Londra, dal 2005, esiste la Don’t Look Back Season, una rassegna il cui scopo è quello di invitare i musicisti a suonare uno dei loro dischi più significativi in versione integrale. In settembre abbiamo chiuso la stagione 2006 con il nostro secondo album, Tindersticks (This Way Up/Island), del 1995. Si è trattato di un ottimo momento per condividere ancora una volta lo stesso palco e per incontrare nuovamente il nostro pubblico. · Comunque all'interno dei Tindersticks non si crearono dei dissidi, poiché Neil Fraser e David Boulter sono ancora nella tua formazione... Non è così? Siamo sempre stati ottimi amici ancora prima di dare vita ai Tindersticks... Ricordi gli Asphalt Ribbons? David Boulter e Dickon Hinchcliffe erano già con me in quel periodo, alla fine degli anni Ottanta. Anche se i nostri percorsi prenderanno direzioni differenti, non credo che la nostra amicizia ne risentirà. · Quindi quale fu il motivo che ti spinse a registrare due dischi in veste solista? Quando suonavo con la band nell’ultimo periodo, pensavo spesso che il mio contributo non fosse il lavoro migliore che potessi svolgere. Allora capii che era giunto il momento di ritirarmi solo con me stesso. In realtà, a priori non avevo programmato nulla, ma, contemporaneamente, non volevo perdere il mio tempo: imbracciai una chitarra acustica, riordinai le idee e nacquero le mie nuove composizioni. · Lucky Dog Recordings 03-04 mostra una direzione piuttosto sperimentale, mentre con Leaving Songs ti sei immerso nel miglior cantautorato riavvicinandoti, contemporaneamente, alle sonorità dei Tindersticks. Come puoi spiegare questa differenza tra due dischi così poco lontani nel tempo? Originariamente Lucky Dog non doveva essere un disco. Fu, più che altro, un’opportunità per sperimentare e raccogliere i pezzi di un puzzle. Col tempo mi accorsi che tutto quel materiale emanava una forte energia, così decisi di pubblicarlo. Per Leaving Songs, invece, scrissi una serie di canzoni molto velocemente e andai da Mark Nevers a Nashville per registrarle. Entrambi sono due dischi molto importanti. Rappresentano un momento di transizione della mia vita. · Le Leaving Songs sono la sintesi di questa transizione: puoi descriverla? Per parlarti di questo devo tornare alla primavera del 2005: in quel periodo sentii il bisogno, non solo mentale ma anche fisico, di lasciare Londra, così decisi di andare a vivere in Francia. Ero già intorno ai quarant'anni e dovevo riorganizzare determinati aspetti della mia vita. Vedevo una strada davanti a me che non volevo ripercorrere e iniziai a guardare avanti in maniera diversa. · In quale modo? Volevo cambiare ambiente, trovare i mie spazi personali. Avvenne tutto in modo molto graduale. Come posso spiegarti... Ci sono un mucchio di cose lì fuori ancora da scoprire... · E per quanto riguarda le collaborazioni? Come ti dicevo, questi brani sono nati molto spontaneamente, e di conseguenza la loro struttura originale è molto semplice. Tutti i musicisti coinvolti nel progetto hanno capito immediatamente quello che volevo e si sono dati da fare cercando le migliori soluzioni. Non è stata una cosa facile... · Il 23 febbraio verrà pubblicato Songs For The Young At Heart (Cityslang/Rough Trade Distribution): di cosa si tratta? È un progetto nato da un’idea di David Boulter e costruito attraverso le canzoni della nostra infanzia: filastrocche e brani per bambini ormai quasi dimenticati che si ascoltavano alla radio, alla televisione, oppure a scuola durante gli anni Settanta a Nottingham, ai quali abbiamo aggiunto due nuove composizioni a tema. Inoltre, il disco vedrà la partecipazione, tra gli altri, di Jarvis Cocker (Pulp), Stuart Murdoch (Belle & Sebastian), Cerys Matthews (Catatonia), Kurt Wagner (Lambchomp) e Bonnie Prince Billy in qualità di vocalist e di narratori. · Quali furono le tue prime influenze musicali? Con mia madre ascoltavo spesso Neil Diamond e Perry Como, mentre mia sorella m’indirizzò al soul. Il punk arrivò più tardi… · E ora? Le radio francesi… · Ci sono stati dei grossi cambiamenti secondo te nella scena musicale britannica rispetto all’inizio degli anni Novanta? Direi dei cambiamenti davvero massicci. Nel 1990, quando arrivai a Londra, esistevano molteplici formazioni che si davano da fare e che creavano le proprie etichette discografiche; di conseguenza, non sempre erano in cerca di contratti poiché i gruppi volevano esprimere sempre più sé stessi. C’era molta creatività in quel periodo. Anche noi iniziammo così. Ora, purtroppo, le giovani band si fanno affiancare sempre più spesso solo da contabili e da avvocati… · Quali sono i tuoi progetti per il 2007? Ho diverse idee per la testa ma non posso ancora darti una risposta precisa su quale elaborerò. Sostanzialmente, però, sarà un anno dedicato alle esibizioni dal vivo. · Gli altri componenti dei Tindersticks di cosa si occuperanno? Dickon compone colonne sonore già da tempo e continuerà su quella strada, Neil ha una serie di progetti paralleli con diverse formazioni e David ha appena terminato con me Songs For The Young At Heart...
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