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Approfondimento - GARAGE ROCK
Mercoledì 07 Marzo 2007 13:13

SERVIZIO A CURA DI MARCO SESTITO

Aspettavo quella telefonata. Un’intercontinentale. Era Sheila, una segretaria della Virgin che dopo qualche istante mi avrebbe collegato in conference call con Iggy Pop. Iggy era a Miami, nel giardino di casa sua, lei, probabilmente, a New York City. Io, invece, ero a Lugano. Iggy doveva parlarmi di The Weirdness (Emi/Virgin Records, 2007), il quarto disco degli Stooges concepito a trentaquattro anni di distanza da Raw Power (CBS, 1973), ma il nostro discorso ha oltrepassato i canonici stadi promozionali. Venti minuti, non uno di più, nonostante la propensione di Iggy a raccontarsi, a raccontare, senza censure, le vicende che s’imposero alla base di quelle sonorità deflagranti confluite, sul finire dei Sixties, nei solchi di una trilogia seminale, quella degli Stooges. Ma Sheila mi aveva ricordato più volte che dopo  il ventesimo minuto la linea sarebbe crollata, Iggy doveva continuare la sua promozione: stupidi giochi di marketing discografico! Peccato,  ogni discorso si arricchiva di piccoli dettagli impressi da sempre nella sua mente che nemmeno le sue escursioni oltre le porte della percezione sono riuscite a lobotomizzare.

Iggy Pop - Intervista telefonica del 5 marzo 2007

“Marcoooooo, dove ti trovi?”, mi chiede con voce cavernosa. “Sono a Lugano, in Svizzera, a sud delle alpi, poco lontano dai confini italiani.”

·          Giovedì (8 marzo 2007) gli Stooges suoneranno qui in Svizzera, a Crans-Montana. Quando partirai da Miami? Credo solo mercoledì, devono ancora informarmi…

·          Ma allora non andrai sulle piste? Ricordo una tua foto sulla neve di St. Moritz: portavi gli sci in spalla, e con te c’era David Bowie… Purtroppo, Marco, la mia carriera sciistica è finita da tempo…

·          Avrei molteplici aspetti della tua carriera da analizzare, ma il tempo è davvero poco. Che ne dici, incominciamo? Certo!

·          Nel 2003, la reunion degli Stooges, quasi trent’anni dopo lo scioglimento. Quale fattore ti spinse a prendere questa decisione? In quel periodo non avevo molto da fare ed inoltre il pubblico insisteva sempre più spesso, voleva riascoltare gli Stooges, voleva rivedere gli Stooges sul palco. Forse la gente incominciò ad ostinarsi dopo la collaborazione che ebbi con Ron e Scott all’interno di Skull Ring (Emi/Virgin, 2003)…

·          È vero che non avevi contatti con i fratelli Ashton dal 1974? No, non andò proprio così: è vero che incontravo Scotty molto più spesso, ma qualche volta, comunque, vidi anche Ron. Nonostante prendemmo strade differenti, io e Scotty mantenemmo  sempre i contatti, sentendoci al telefono almeno una volta all’anno. Io gli chiedevo regolarmente di riformare gli Stooges, ma non ottenevo mai una risposta concreta da parte sua.

·          Perché hai deciso di ingaggiare Mike Watt in qualità di bassista? Non lo contattai io, lui suonava già con Ron e Scott e conosceva i brani degli Stooges alla perfezione. Non potevamo perdere tempo, dovevamo affrettarci a prendere una decisione e Mike, dal punto di vista tecnico, rappresentò la scelta più veloce. Quando lo sentii suonare mi colpì immediatamente, ho molta stima di lui.

·          Come potresti descrivere The Weirdness? Abbiamo incominciato a scrivere nuove canzoni a partire dal 2004. Ci siamo immersi  all'interno di qualsiasi espressione musicale: analizzammo il country, il rock’n’roll, il blues, ma anche altre forme più giovani come l’hip hop. Nel 2006, tuttavia, abbiamo deciso di prendere in considerazione solo il rock’n’roll. In fondo, è ciò che amiamo di più...

·          In quale modo vi siete orientati per la scernita dei dodici brani presenti nel disco? Ne avevamo preparati trenta, forse anche di più, direi quasi quaranta. Alcuni di essi, però, mi annoiavano. Quelli che abbiamo scelto, credo siano quelli più eccitanti, quelli che anche dopo svariati ascolti continuano a stimolarti.

·          Una delle canzoni che non avete inserito s'intitola 'O Sole Mio: di cosa si tratta? Non ha nulla in comune con il famoso brano omonimo eccetto, chiaramente, il titolo. È la canzone più lunga  che abbiamo registrato durante le session e non c'era alcun modo di adattarla per l’edizione in CD. Verrà comunque pubblicata all’interno della versione in vinile insieme ad altri tre brani.

·          E per quanto riguarda la produzione? Abbiamo evitato questo passaggio poiché l’apporto di Steve Albini va davvero oltre la tecnica di registrazione in studio.

·          Cosa mi puoi dire di lui? Potrei paragonarlo a Caligola...

·          Ma Jack White non doveva partecipare al disco in questo ambito? Devo dire che Jack è un caro amico degli Stooges, ma se l'avessimo coinvolto, avrebbe fatto un'overdose della nostra musica...

·          Quando nel 1967 gli Psychedelic Stooges iniziarono, quali erano le vostre influenze musicali? Ogni genere era di nostro interesse: ascoltavamo musica nord-africana, libanese, indiana, poi il free-jazz dei Sixties di Coltrane e di Miles Davis, il garage dei Question Mark and The Mysterians, i Kingsmen, tutto di Booker T. & The MG’s, Wilson Pickett, Eddie Floyd, inoltre tutto ciò che affluiva dal Chicago blues come Muddy Waters e Howlin’ Wolf. Non poteva non influenzarci la british-invasion degli Stones, dei Beatles, dei Kinks, dei Cream e degli Who. E poi, per noi fu davvero importantissima la genialità di Frank Zappa. Credo, comunque, di aver dimenticato qualcuno…

·          Quali sono invece i musicisti dell’ultima generazione che ti hanno colpito in maniera particolare? Mi piace Emilie Simon, è davvero brava. Electro-pop di ottima qualità... Ha registrato anche la sua versione di I Wanna Be Your Dog

·          Ora vorrei tornare alla tua adolescenza e all’origine del sound degli Stooges… Sono cresciuto ad Ann Arbor, nei pressi di Detroit. Sul finire degli anni Cinquanta, quella era una città industriale in piena evoluzione. Non avevamo molti soldi, vivevo con la mia famiglia in un camper, ma nonostante questo, ogni anno mio padre acquistava una nuova automobile.  Erano tutte di grossa cilindrata e dai colori sgargianti: una rosa, una rossa, una verde, una turchese, ne ricordo una in particolare perché la definivano color champagne. Con la scuola, in quel periodo, ci misero all’interno di un autobus e ci portarono a visitare i differenti reparti di assemblaggio delle industrie automobilistiche che costeggiavano il fiume; pensandoci ora, quello era davvero un disastro ecologico! Gli insegnanti ci fecero entrare senza ornare ca per divertirmi eiproteggere l’udito, non avevamo alcuna precauzione. Chiaramente, si udivano rumori assordanti, non riuscirei nemmeno a descriverteli. Ma mi colpirono molto, davvero. Mi affascinarono così tanto che qualche anno dopo influenzarono la nostra musica. Più tardi, all’inizio degli anni Sessanta, gli Stati Uniti iniziarono ad ampliare le grandi autostrade,  a Detroit in modo particolare. All’epoca iniziai ad assumere LSD e, sotto il suo effetto, mi sedevo su quei ponti appena costruiti, dove le arterie autostradali s’incrociavano, e in ogni parte del corpo avvertivo le vibrazioni prodotte da quei vecchi motori. Quelle automobili erano molto grandi, larghe, molto confortevoli. Sai, ho ancora una Oldsmobile del 1972 ed è talmente spaziosa che quando guido potrei riuscire a mettere i piedi fuori dal finestrino! All’epoca tutto era fantastico, davvero, nonostante intorno a me non vedessi nemmeno un albero, ma quando sei giovane, sei davvero distratto! Ora è ancora peggio, l’aria è diventata irrespirabile. E poi, le automobili costruite a Detroit non hanno più il medesimo fascino…

·          Nonostante il garage-rock a partire dalla fine degli anni Settanta abbia conosciuto differenti rivisitazioni, qual è la tua opinione nei confronti degli ultimi arrivati? Mi riferisco a gruppi come Strokes o Hives che rispetto al primo garage revival hanno ottenuto un ampio riscontro commerciale… Questo fenomeno ha interessato qualsiasi espressione musicale, avvalendosi sempre del medesimo meccanismo: ci sono band che creano o scoprono una nuova forma di fare musica ma per le etichette discografiche non funzionano, perché i componenti non sono abbastanza giovani oppure non sono abbastanza carini e le canzoni non sono abbastanza commerciali. A causa di questi motivi, nonostante suonino buona musica, non riusciranno mai a sfondare. Tuttavia, qualche anno dopo si presenterà  una seconda opportunità, ma a carico di nuovi musicisti che da qualche parte sono riusciti ad ascoltare chi prima di loro aveva inaugurato un nuovo percorso senza poter beneficiare di un’ampia popolarità. Riusciranno certamente a farsi strada, magari anche suonando meglio di chi li ha preceduti, ma orfani di un bagaglio di esperienze di vita indispensabili: forse non hanno mai avuto problemi, forse i loro vestiti sono sempre stati puliti e asettici, eccetera, eccetera… Non voglio fare nomi, ma il frontman di uno dei gruppi che hai appena citato potrebbe essere un modello, non è vero? Io non potrei esserlo affatto, che ne pensi?

·          Cosa vorresti fare ancora a livello musicale? Da qualche settimana ho sistemano tutti i miei CD in una torre,  li guardo tutti i giorni ma non li ascolto. Credo che la torre misuri circa ventuno centimetri e al suo interno vedo un Best Of, i due migliori live-album e i due migliori tribute-album. Cosa posso volere di più? Scherzavo… Mi piacerebbe registrare un intero disco dedicato alla musica di Antonio Carlos Jobim.

·          Dopo The Weirdness gli Stooges continueranno ad esistere oppure ogni componente della band ritornerà alla propria carriera solista? Sicuramente la nostra storia avrà un seguito fino a quando ognuno di noi sarà d’accordo. Dipende, comunque, anche dal riscontro del pubblico…

·          In aprile compirai sessant’anni… Mi ritengo molto fortunato poiché riesco ancora a stupirmi per le cose più semplici che la vita riesce ad offrirmi…

·          È stato davvero un onore parlare con te, Iggy… Una bella chiacchierata, Marco. Ti auguro buona fortuna!