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BUDDY GUY: LIVING PROOF PDF E-mail
Approfondimento - BLUES
Domenica 31 Ottobre 2010 07:13

FONTE: CORRIERE DEL TICINO DEL 30 OTTOBRE 2010

SERVIZIO A CURA DI MARCO SESTITO

A settantaquattro anni Buddy Guy ha pubblicato Living Proof (Sony Music, 22 ottobre 2010), un ennesimo disco saturo di blues vigoroso, sanguigno, che raccoglie, peraltro, le collaborazioni di B.B. King e di Carlos Santana. 74 Years Young è la prima traccia, oppure un preambolo accostato al gioco di parole, che vuole fornire, forse, un'informazione anche all'ascoltatore più scettico: un fattore, questo, quindi, che ci consente di dedurre che non siamo alle prese con un disco fotocopia, e tantomeno con un disco dai colori sbiaditi. Egli lo descrive con pochi aggettivi ma attraverso un'eloquente metafora, analizzando, nel contempo, la propria vita colma di momenti e di incontri importantissimi che contribuirono all'evoluzione del blues e di tutti i suoi sottogeneri. Racconta la sua vita e la sua musica come un vecchio saggio, con voce pacata e con un malinconico sorriso tra le labbra. Istante dopo istante i suoi ricordi sono sempre più nitidi, sono sempre più reali, malgrado tutto quanto emani un fragoroso profumo di leggenda. Non si risparmia in nessun discorso, ma forse anche lui ama raccontarsi e rievocare il periodo storico che ha vissuto da vero e indiscusso protagonista. Buddy Guy è stato l'innovatore, colui che diede una sferzata in più alle dodici battute del blues, mantenendo intatte, nello stesso tempo, le tradizioni di un genere, o se vogliamo, di una filosofia, ancora oggi indispensabile per qualsiasi, anche futuristica, rielaborazione musicale...

Intervista telefonica del 22 ottobre 2010

·        Un mattino del 1957 lei prese un treno che da Hammond, in Louisiana, la portò a Chicago… Quali ricordi ha di quel giorno? Nutrivo questo desiderio già da qualche tempo, più precisamente da quando scoprii Muddy Waters e Howlin’ Wolf. Ascoltarli dalla Louisiana non mi bastava, così decisi di partire per riuscire ad incontrarli… 

·          Mi racconta quell’incontro? Incontrai Muddy lo stesso giorno che conobbi anche Jimmy Reed. Howlin’ Wolf in quel momento non c’era, arrivò qualche minuto dopo… Ricordo che presi una sedia e mi misi ad ascoltarli e ad osservarli attentamente… Credo siano i musicisti che più di tutti m’influenzarono. Non ho dubbi. 

·          Lei si esibì per la prima volta al Club 708 di Chicago aprendo il concerto di Otis Rush… Come ricorda quella notte? Ascoltavo i dischi di Otis, ma non avevo ancora avuto l’opportunità di conoscerlo personalmente… Mi chiamarono sul palco, devo ammettere che non me lo aspettavo, anche se, ti confesso, era da sempre il mio più grande desiderio. Ero preparato, certo, non facevo altro che continuare a provare e riassestare i brani… Suonai Further On Up The Road di Bobby Bland… 

·          Come ricorda le sue prime registrazioni in studio? Magic Sam mi procurò un contratto con la Cobra Records… All’interno di quegli studi registrai i miei primi due singoli, Sit and Cry (The Blues) e This Is The End. Era una label molto piccola e, purtroppo, fallì molto presto. Approdai alla Chess soltanto dopo qualche tempo… 

·          Durante quel periodo lei registrò con Willie Dixon, con Howlin’ Wolf, con Little Walter e con Sonny Boy Williamson… Con chi di questi quattro musicisti instaurò il miglior rapporto? Non posso assolutamente privilegiare qualcuno, ma soltanto limitarmi a dirti che tutti quanti, in momenti diversi, mi impartirono la propria lezione di musicalità… 

·          Qual è, invece, il suo ricordo personale di Junior Wells? Junior aveva avuto aspri disaccordi con alcuni dei componenti della sua band, così decise di mettersi in contatto con me. Diventammo ben presto ottimi amici. La nostra collaborazione, però, credo si sia concretizzata soltanto nel momento in cui gli Stones ci ingaggiarono in qualità di supporting act nei primi anni Settanta…  

·         Il suo disco precedente, Skin Deep (Zomba, 2008), descrive una sua esperienza personale legata ad un episodio di razzismo… Sai, sono cresciuto in Louisiana, vivevo con i miei genitori in una fattoria… Come già saprai, soprattutto all’epoca e a quelle latitudini, vicende di cronaca legate al razzismo erano all’ordine del giorno. Mia madre tentava di spiegarmi cosa stava succedendo; utilizzava spesso il termine “skin deep” poiché sosteneva che tutti gli esseri umani dovrebbero guardarsi dentro, nel cuore e nell’anima… Nonostante le sue parole, però, i fatti erano davanti ai miei occhi. Questo disco l’ho voluto dedicare proprio a mia madre che purtroppo non ebbe mai l’opportunità di ascoltare la mia musica… 

·          Living Proof, invece, è il suo ultimo disco… Il sound di Living Proof è molto simile a quello di Skin Deep, piuttosto immediato, non c’è dubbio. Questo disco, però, potrei paragonarlo a del whiskey invecchiato… Come me, d’altra parte… Sai, ho settantaquattro anni, ma il mio entusiasmo è quello di un ventenne… 

·          Ricordo che quando i Rolling Stones la ospitarono durante il loro concerto a New York nel 2006, documentato da Martin Scorsese in Shine A Light (DVD, Paramount Home Entertainment, 2008), Keith Richards le regalò una chitarra... La suona spesso? Purtroppo non andò proprio così… Keith me la diede alla fine di Champagne and Reefer, ma non me la regalò, se ne riappropriò qualche minuto dopo in camerino…