Peter Holmstrom, la chitarra dei Dandy Warhols, traccia un bilancio della band di Portland. Un bilancio che però consente di insinuare forti dubbi relativi al futuro del combo, a prescindere dalla pubblicazione della loro prima raccolta, Best Of The Capitol Years 1995-2007 (Capitol Records/Emi, 16 luglio 2010), e dall’imminente tour che li vedrà impegnati in Europa, negli Stati Uniti e in Australia…
I Lush Rimbaud nascono ad Ancona alla fine degli anni Novanta. The Sound Of The Vanishing Era (Audioglobe, 26 marzo 2010) è il loro secondo disco: un impasto di eccentrici giochi sonori all’interno del quale Tommaso Pela (voce, chitarra, synth), David Cavalloro (chitarra, synth), Marco Giaccani (basso, theremin, voce) e Michele Alessandrini (batteria) si spingono davvero oltre i limiti dello space rock…
·Ascolta l'intervista telefonica a Marco Giaccani del 29 giugno 2010:
Il 12 aprile scorso, dopo un lungo periodo di gestazione, è stato pubblicato Silly Lilly, il terzo disco, e terza autoproduzione, degli Zero In On. Elias Bertini, il frontman, ne narra il concepimento e le registrazioni sottolineando, nel contempo, le molteplici difficoltà riscontrate dalla band all'interno del sinuoso marketing discografico elvetico...
I Rolling Stones erano reduci dalla pubblicazione di Sticky Fingers, il disco con il quale, nel 1971, inaugurarono la loro nuova etichetta, la Rolling Stones Records. Un disco irriverente, oltraggioso, ancora più anticonformista di quanto avevano prodotto negli anni precedenti. Un disco saturo di riferimenti diretti e indiretti alle sostanze maledette (Brown Sugar, Wild Horses). Forse per la prima volta si parlava di droga senza l’utilizzo di troppe metafore, senza l’ausilio di mezzi termini (Sister Morphine). Sticky Fingers fu l’album che li marchiò definitivamente come delle dannate rock’n’roll star prive di etica e di buon senso. Il patto col diavolo (Sympathy For The Devil) non bastò, si spinsero sempre più oltre perché il rock’n’roll non può e non deve affibbiarsi limiti. Limiti che però si aggrappavano soltanto con le unghie ad un sottile filo che stava nel mezzo, nel mezzo tra la vita e la morte. I Rolling Stones sono inevitabilmente i sopravvissuti del rock’n’roll, scampati ai loro successi e, solo in parte, superstiti dei loro eccessi traboccanti di lussuria e di paillettes. Ma nonostante le oscure vicende che li colpirono (come la morte per annegamento di Brian Jones avvenuta nella notte tra il 2 e il 3 luglio del 1969 e, a distanza di pochi mesi, la tragedia del concerto di Altamont che costò la vita ad un giovane spettatore), gli Stones realizzarono le loro migliori opere. A seguire Sticky Fingers, il 22 maggio 1972, sempre con la produzione di Jimmy Miller, fu pubblicato Exile On Main St.: diciotto tracce che sciorinano quasi un decennio di esperienze accumulate e di influenze immagazzinate. Rock’n’roll, blues seminale, boogie-woogie, country, gospel e le prime risonanze reggae le quali, però, saranno analizzate più a fondo soltanto all’interno di Black And Blue nel 1976. “Malgrado sia convito che Exile On Main St. abbia un appeal particolare, non è uno dei miei dischi preferiti”, dichiara Mick Jagger in un’intervista del 2002. Exile On Main St. si mostra, paradossalmente, disincantato, ruvido e privo di inutili orpelli, ma nel contempo di alto livello esecutivo e compositivo; fu percepito dal pubblico e dalla critica con discreto entusiasmo (ma rivalutato qualche anno più tardi) e, nel medesimo tempo, pari ad un’autocelebrazione di loro stessi, quasi quanto un capitolo finale che riassume e termina un’autobiografia. Il titolo, inevitabilmente, allude al loro esilio in territorio francese dovuto ai problemi col fisco britannico a carico di Mick Jagger e di Keith Richards. Un esilio che però li volle per un lungo periodo sulla Côte d’Azur, ossia accampati a Villa Nellcote, nei pressi di Villefranche sur-Mer. Una nobile locanda che non poteva non consentire alla band di concepire e registrare (nello scantinato) buona parte di uno degli indiscussi capisaldi dell’intera storia del rock: Rocks Off, Tumbling Dice, Happy, All Down The Line, ne prendono parte. “Il disco, in realtà, non fu registrato a livello integrale all’interno di Villa Nellcote – continua Jagger - poiché contiene anche degli scarti (Shine A Light e Sweet Virginia) dell’album precedente (Sticky Fingers, n.d.r.) registrati agli Olympic Studios di Londra.” Exile On Main St. (che all’origine doveva intitolarsi Tropical Desease) è stato ripubblicato attraverso svariate edizioni il 17 maggio scorso contemporaneamente alla presentazione al Festival di Cannes del documentario Stones In Exile di Stephen Kijak, per il quale è prevista la pubblicazione in DVD (Eagle Pictures) venerdì 18 giugno. In questo caso, però, pressappoco per la prima volta, gli Stones hanno arricchito una loro ristampa aggiungendo dieci tracce inedite (coprodotte da Don Was) ripescate soltanto di recente all’interno delle tonnellate di nastri in loro possesso. “Quando terminammo le session a Villa Nellcote, volevamo pubblicare tutto il materiale che registrammo – ricorda Keith Richards nel 2002 -. In un primo momento non vendette un granché, fu stroncato quasi da tutti. Ma solo qualche anno dopo, gli stessi critici che nel 1972 lo definirono spazzatura, lo celebrarono addirittura come uno dei migliori dischi di tutti i tempi.” La morte di Brian Jones, indubbiamente, scardinò una band che si trovava in piena ascesa, rendendola orfana di un mentore enigmatico e ambiguo, antagonista dello stesso Jagger che insieme a Richards lo arruolò nelle fila degli Stones nel momento in cui si stavano ancora delineando i ruoli. “Credo fosse il 1962 quando io e Mick andammo a Ealing, al nuovo club di Alexis Korner – ricorda Keith Richards in un intervista del 1971 –. Brian era lì, tutto piegato sulla sua chitarra. Suonò Dust My Blues, sembrava Elmore James… La vicenda della sua morte è ancora poco chiara – continua –. Quella sera organizzò un party, c’era un sacco di gente. Ma quando arrivò la polizia trovarono soltanto il suo autista. Gli invitati dissero che non si accorsero di nulla. Non è strano?” Eppure Brian Jones, in quel periodo, aveva già deciso di ritagliarsi del tempo per lavorare ad un progetto individuale, gli Stones non ne avrebbero preso parte. La sostituzione di Jones, quindi, a prescindere dalla sua morte, era già in programma. Il 9 giugno 1969, Jones dichiarò alla stampa che avrebbe abbandonato la band, e solo quattro giorni più tardi gli Stones introdussero ai giornalisti Mick Taylor. “Sapevamo che John Mayall aveva una scuderia di chitarristi prodigio – continua Keith Richards – e così ci mise in contatto con Mick Taylor. Ci interessavamo reciprocamente, nonostante lui sia sempre stato un purista del blues, non come me, un adepto di Chuck Berry…” Mick Taylor, soltanto ventenne, si trovò nel mezzo di un uragano, a prendere parte alle registrazioni di Let It Bleed (Decca, 1969) che Brian Jones aveva lasciato inesorabilmente incompiute. Divenne però un Rolling Stone a tutti gli effetti soltanto nel momento in cui la band lo presentò al pubblico durante il concerto-tributo al chitarrista scomparso tenutosi all’interno di Hyde Park (Londra) il 5 luglio 1969. Taylor suonò con gli Stones per cinque anni, fino al 1974, periodo in cui venne sostituito da Ronnie Wood. Ma nel 1972, a Villefranche sur-Mer, durante il concepimento e le registrazioni di Exile On Main St., Taylor era ancora l’altra chitarra degli Stones…
David Boulter racconta i Tindersticks, narra il concepimento e le registrazioni di The Hungry Saw (Beggars Banquet, 2008) e di Falling Down A Mountain (4AD Ltd, 2010), analizza la colonna sonora di White Material e rivela, inoltre, alcuni dettagli legati ad una nuova produzione ancora in fase embrionale…
Dopo un tour che li ha visti impegnati sulla costa ovest degli Stati Uniti servito a promuovere i quattro singoli pubblicati nel 2009 (tre in edizione americana e uno in edizione danese), i Mojomatics (Mojomatt/Matteo Bordin – voce, chitarra, armonica e Davematic/Davide Zolli – batteria, percussioni) sono rientrati alla base, all’interno dell’Outside Inside Studio, nel mezzo della laguna veneta…
Brett Anderson era il cantante dei Suede, la band alla quale diede vita insieme a Bernard Butler e a Mat Osman all’inizio degli anni Novanta e che, nonostante gli importanti cambiamenti di formazione, riuscì a sopravvivere tra successi e insuccessi per oltre un decennio. I Tears, nel 2005, furono semplicemente una sorta di convalida di riappacificazione tra Anderson e Butler, poiché il progetto non oltrepassò la pubblicazione di un solo disco. Un paio di anni più tardi Anderson dà alle stampe il suo primo, omonimo, solo-album (V2 Records, 2007) al quale seguiranno, con scadenze regolari, Wilderness (Edel Records, 2008) e Slow Attack (Edel Records, 2009). In previsione del concerto che terrà al Tunnel di Milano il prossimo 3 febbraio, l’ex-Suede si racconta evitando, però, dichiarazioni relative alle voci di una possibile, seppur temporanea, reunion del combo che lo portò alla fama.
Il 26 luglio 1997 incontrai i Placebo al Paléo Festival di Nyon. L’omonimo disco d’esordio (Emi/Virgin, 1996) viaggiava soltanto all’interno dei circuiti alternativi dell’epoca. Un disco nuovo a tutti gli effetti. I Placebo sono tuttora una band impertinente, aggressiva e trasgressiva, irriverente. A dispetto del verso -I need a change of skin- (Kitty Litter, Battle For The Sun, Emi, 2009), la maschera androgina di Brian Molko sorride ancora beffarda agli atteggiamenti mentali ipocriti e conformisti. Gli eccessi, quelli sì, probabilmente sono stati depositati nell’archivio degli errori di una vita, di un’esistenza catturata a piene mani dal rock’n’roll. Quel giorno Brian Molko mi raccontò le origini e i dissidi interni di una band in piena ascesa, mi parlò dell’incontro con David Bowie e mi descrisse la fase embrionale di Without You I’m Nothing (Emi/Virgin, 1998).
Il giorno della pubblicazione del quinto studio-album degli Air, Love 2 (Emi), Nicolas Godin ne racconta il concepimento e la registrazione facendo scorrere, nello stesso tempo, alcune istantanee del sodalizio artistico con Jean-Benoît Dunckel, l’altra metà del combo.
Nella seconda metà degli anni Novanta era il batterista degli Hefner. Oggi Ant(ony Harding) si propone nelle vesti dicantautore intimista, quasi timido nel raccontare se stesso e la sua musica mite, a volte quasi sussurrata. Lo scorso marzo, On The Camper, una giovane label luganese, è riuscita a contattarlo e a portarloalle nostre latitudini per un set acustico, chitarra classica e voce. All'interno delle mura dello Zion Live Club di Morbio Inferiore, poco prima di esibirsi in una performance quasi onirica, Ant mi racconta il suo cantautorato, la sua vita privata e gli Hefner visti da chi, apparentemente, stava quasi dietro le quinte.
Greg Prevost, The Chesterfield Kings, Live @ Vidia Club–Cesena, 3 marzo 2007
SERVIZIO E FOTO A CURA DI MARCO SESTITO
Sul finire degli anni Settanta, a Rochester, a poche miglia da New York, Greg Prevost (voce) e Andy Babiuk (basso) diedero vita al combo che, in primis, permise al garage rock di risorgere. I riverberi di quelle sonorità erano lì, ferme nel limbo del rock'n'roll, inpaziente attesa di qualcuno che le orientasse nella loro nuova esistenza. I Chesterfield Kings dopo quasi tre decenni di garage rock sono ancora on the road. Oggi al seguito di Prevost e Babiuk ci sono Paul Morabito (chitarra) e Mike Boise (batteria), la spina dorsale di un'anima incandescente, mai denutrita, rifocillata quotidianamente attraverso innumerevoli flebo cariche di rock'n'roll primordiale, ancora incontaminato. Li incontro nel camerino del Vidia Club di Cesena poco prima che uno show di solo rock'n'roll, straripante, detoni all'interno del locale.
Aspettavo quella telefonata. Un’intercontinentale. Era Sheila, una segretaria della Virgin che dopo qualche istante mi avrebbe collegato in conference call con Iggy Pop. Iggy era a Miami, nel giardino di casa sua, lei, probabilmente, a New York City. Io, invece, ero a Lugano. Iggy doveva parlarmi di The Weirdness (Emi/Virgin Records, 2007), il quarto disco degli Stooges concepito a trentaquattro anni di distanza da Raw Power (CBS, 1973), ma il nostro discorso ha oltrepassato i canonici stadi promozionali. Venti minuti, non uno di più, nonostante la propensione di Iggy a raccontarsi, a raccontare, senza censure, le vicende che s’imposero alla base di quelle sonorità deflagranti confluite, sul finire dei Sixties, nei solchi di una trilogia seminale, quella degli Stooges. Ma Sheila mi aveva ricordato più volte che dopoil ventesimo minuto la linea sarebbe crollata, Iggy doveva continuare la sua promozione: stupidi giochi di marketing discografico! Peccato, ogni discorso si arricchiva di piccoli dettagli impressi da sempre nella sua mente che nemmeno le sue escursioni oltre le porte della percezione sono riuscite a lobotomizzare.
Delirio e rock'n'roll, un sound malato, torbido, l'alter ego sonoro dei B-movies recitati da Bela Lugosi. Il rock'n'roll dei Fuzztones è così, decadente e velocissimo. Rudi Protrudi è tuttora il frontman di quella formazione oramai divenuta, insieme a poche altre, il culto del garage revival, nonostante le molteplici resurrezioni. E la performance luganese del 3 febbraio scorso ne ha rappresentato un’ulteriore conferma. Qualche giorno prima Rudi Protrudi si racconta al telefono, racconta il suo rock’n’roll, il suo debutto a New York accanto a Stiv Bators, il suo legame con Screamin' Jay Hawkins; poi racconta i Fuzztones, la testimonianza autentica che il rock'n'roll, quello minimale e orfano di inutili orpelli, non ha ancora terminato la sua corsa: vuole, e lo vuole davvero, continuare a sfrecciare a bordo di una Spider rosso fuoco oltre le centocinquanta miglia orarie.
Poco prima che il brit-pop s’impadronisse della scena musicale britannica, sullo scoccare dello scorso decennio, a Nottingham, si materializzò un combo che fu in grado di mescolare la struttura-canzone ad autentichemini-opere pseudocameristiche:Ennio Morricone, negli arrangiamenti, ne rappresentò indubbiamente il padre putativo. Nel medesimo tempo, i Signori della Motown, insieme allo scuro romanticismo di Nick Cave e di Leonard Cohen, non si nascondevano dietro a nulla, anzi, erano anch’essi sempre lì, a sgomitare dentro l’anima di ogni composizione.Il sestetto si faceva chiamare Tindersticks, Suart A. Staples ne era la voce malinconica,profonda, completamente smussata dei suoi spigoli, emanatrice di un calore sempre più ardentequanto un Jack Daniel’s ingoiato tutto d'un fiato. Da qualche tempo, però, i sei musicistinon producono nulla di nuovo. L’ultima loro opera, Waiting For The Moon (Beggars Banquet), risale, oramai, al 2003. Poco più tardi,lanascita della Lucky Dog, l’etichetta discografica dello stesso Staples, incominciava ad insinuare forti dubbi relativi ad un imminente scioglimento. Alcune sporadiche apparizioni live della band smorzarono lievemente quelle supposizioni, maLucky Dog Recordings 03-04 (Lucky Dog/Beggars Banquet, 11 luglio 2005)e Leaving Songs (Beggars Banquet, 29 maggio 2006), i due dischi del cantante in veste solista, contribuirono al diffondersi di nuove perplessità sulla sorte del gruppo. Il primo è una raccolta di composizioni quasi improvvisate, impresse su nastro in poche recording-session con l’utilizzo di un esiguo armamentario strumentale, aggrappate ad arrangiamenti minimali e assai lontani dalla raffinatezza del gruppo-madre: poligoni irregolari difficilmente incastonabili, torniti, però, da semplici giri armonici che provocano un mood straripante, saturo di r&b sperimentale e vicini a realtà lo-fi. Forse, Lucky Dog Recordings 03-04, era una scommessa. Una scommessa giocata e vinta con se stesso, in cui Staples cammina dall’altro lato della strada, quello da lui ancora inesplorato, spogliandosi degli eleganti vestiti orchestrali, indossandosolo quanto basta. Per Leaving Songs, si sposta a Nashville, registrando le dieci composizioni nello studio di Mark Nevers (Lambchomp). Neil Fraser (chitarra) e David Boulter (tastiere),due sesti dei Tindersticks, sono sempre con lui come già lo erano nel suo solo-debut-album, come del resto anche Thomas Belhom (batteria) e Terry Edwards (fiati). Il contributo al pianoforte di Yann Tiersen (autore delle colonne sonore di Goodbye Lenin e de Il Favoloso Mondo di Amélie), invece, compare soltanto nel suo primo progetto. Se i vocalizzi di Gina Fostergiocano questa voltaun ruolo secondario, la presenza femminile assume dimensione protagonistica con Maria McKee e Lhasa de Sela, che duettano con Staples in due brani distinti (rispettivamente This Road is Long e That Leaving Feeling). Al basso, Volker Zander (Calexico) si alterna ad Adrian Stout che, con Adrian Huge (entrambi dei Tiger Lillies), già si era occupato di una parte della sezione ritmica del disco precedente, mentre l’apporto di Lucy Wilkins (archi) determina un calibrato ritorno alle sonorità orchestrali. È un disco intriso di folk, forse grazie anche al contributo di Nevers. Tuttavia, i riverberi dei Tindersticks, questa voltanon si ammutoliscono, nonostante l’impiego degli archi assuma un carattere marginale; non si scagliano prepotenti all’impazzata, ma, al contrario, mostrano un’elevata dose di timidezza. Una volta erano gli antagonisti di Staples, ora sono lì in un angolo, forse ad esorcizzarne la durevole associazione con il cantante. L’assenza degli archi il 26 novembre ai Magazzini Generali di Milano non impedisce alle Leaving Songs di prendere forma in tutta la loro intimità, struggenti e crepuscolari, mescolate ad una selezione delle Lucky Dog Recordings. Staples, Fraser, Boulter, Belhom, Edwards, e per il tour Robert McKinna al basso, suonano novanta minuti per poche dozzine di adepti.
Il ventesimo secolo musicale londinese fu, indubbiamente, uno dei più prolifici e intensi: già alla fine dei Fifties, Alexis Korner contrabbandò i suoni del Chicago bluessgretolando i confini per permettere a quella malinconia afro-americana di oltrepassare l’Oceano. Gli Stones, subito dopo, continuarono. Negli anni a seguire, ogni tendenza, ogni contaminazione, ogni (contro)cultura soggiornava nella capitale britannica e, grazie a quegli influssi, la creatività si arricchiva di nuovi stimoli, di nuove pulsioni. Poco dopo la metà degli anni Novanta, si materializzò il primo dei molteplici progetti sonori di Darren Hayman: la band Hefner. Mente e anima del combo, Hayman (voce, chitarra, tastiere), nel maggio 1997, arruolò Antony Harding (batteria, voce) e John Morrison (basso) nel momento in cui una delle più importanti etichette discografiche indipendenti inglesi, la Too Pure, decise di pubblicare quei brani che riportavano versi spesso ironici, a volte gioiosi e dolci ma capaci, all’occasione, di mutarsi in novelle meno felici e amare, cantate all’interno di un contesto urban-folk essenziale, inevitabilmente di matrice lo-fi. Nel 1998, il primo album, Breaking God’s Heart (Too Pure), catturò l’attenzione della critica specializzata inaugurando un percorso che li avrebbe portati a mescolare, disco dopo disco e ampliando la formazione, le più recondite forme d’espressione musicale. Anche se mai venne dichiarato, nel 2002 la band si sciolse. Poco più tardi Darren Hayman e John Morrison crearono The French, un’esperienza electronic lo-fi che voleva forse permettere alle ultime opere degli Hefner, Dead Media (Too Pure, 2001) e l’EP The Hefner Brain (Too Pure, 2002), di ottenere un seguito. Table For One(The Track & Field Organisation, 2006) si trova sul mercato da un paio di settimane edè il primo album in veste solista di Darren Hayman: dodici tracce nelle quali ritorna il suo urban-folk ma s’indirizza nello stesso tempo al country-oriented, al reggae e ancora a qualche sperimentalismo elettronico. Hayman appare più maturo, forse meno sarcastico di un tempo, e si ritrova ancora una volta in studio con John Morrison. A pochi giorni di distanza da Table For One, la Fortune & Glory pubblica The Best Of Hefner: una selezione di venti canzoni che, forse, a seguito del significativo impatto sonoro fornito dalla band durante la sua breve ma intensa epopea, risulta indubbiamente modesta. Oltre ai brani estrapolati in ordine cronologico dagli album (The Sweetness Lies Within, The Sad Witch, Painting and Kissing…), nella raccolta sono presenti, in apertura, tre tracce che fino ad oggi erano praticamente irreperibili nella loro versione originale: le prime due perché pubblicate in edizione limitatissima su vinile sette pollici nell’aprile 1997 e di seguito reincise (A Better Friend e Christian Girls) mentre la terza, scortava un numero del settimanale britannico Melody Maker datato 1998 (Pull Yourselves Together – Didgeridoo Version). Il 25 marzo scorso Darren Hayman era in Italia, al Covo Club di Bologna, a seguito della promozione di Table For One: il palco è orfano di tastiere e synth, un fattore che già di per sé consente di intuire la rielaborazione di buona parte del nuovo repertorio. Al suo fianco, oltre ad Amos Memon (batteria) dei Tompaulin, due componenti del suo progetto bluegrass parallelo (Hayman, Watkins, Trout & Lee): David Watkins (banjo) e Simon Trought (basso e mandolino),quest’ultimo, inoltre, membro deiTompaulin ma anche dei Sister Vanilla. In poco più di un’ora e davanti ad un pubblico pressoché esiguo per il notevole impatto sonoro della performance (non si contavano più di un centinaio di persone), Hayman alterna le sue nuove composizioni ma non accantona affatto la produzione del suo gruppo-madre.